Sono usciti alcuni
commenti alla sentenza civile che i giorni scorsi ha risarcito l’ONG
Sea Watch rispetto al sequestro illegittimo che nel giugno 2019 fu
operato nel porto dei Lampedusa quando la nave della ONG attraccò
con a bordo 42 naufraghi. Nell’occasione Carola Rackete,
che la comandava, fu arrestata, ma questo provvedimento operato dalla
Guardia di Finanza fu ritenuto illegittimo prima dal Gip di
Agrigento e poi dalla Suprema Corte che, chiamata a pronunciarsi su
ricorso del Pubblico Ministero, ribadì che si trattava
dell’esercizio di un diritto e che la comandante aveva agito nel
rispetto scrupoloso delle leggi nazionali e internazionali.
Il
risarcimento trae dunque origine da quei provvedimenti, ormai
indiscussi.
Tutte
le sentenze possono essere criticate, ma ciò che distingue la
critica dal linciaggio di chi l’ha emessa è comunque il rispetto
dei presupposti sui quali la sentenza è state pronunciata, visto che
si tratta di un risarcimento pressoché obbligato.
E
in ciò consiste il rispetto della funzione giurisdizionale e della
terzietà del Giudice.
Ciò
che colpisce non sono solo le alte grida della presidente del
Consiglio – al suo discorrere sempre rabbioso siamo avvezzi (ben si
comprende voglia inserirsi in modo strumentale in una propaganda
referendaria di basso profilo) - ma l’intervento addirittura del
Presidente del Senato che ripropone negli stessi termini questo
linciaggio.
Siamo
abituati al naufragio della solidarietà e della coscienza che
caratterizza i pronunciamenti di questo governo quando si tratti di
migranti, ma questi commenti celebrano oggi anche il naufragio del
diritto.
Nell’ormai
lontano 2019 fu Matteo Salvini, che ricopriva la carica di Ministro
degli interni, a aggredire personalmente Carola Rackete
con squallidi insulti anche sessisti che, per il suo ruolo, finivano
implicitamente per assumere nei confronti di questa donna anche
carattere minaccioso, per i quali si è poi rifugiato nella copertura
immunitaria che gli deriva dal suo ruolo politico.
Il
risarcimento disposto dalla sentenza civile non riguarda ovviamente
Carola Rackete,
che non fa parte neppure della ONG e, dopo l’episodio, ha
continuato la sua militanza ecologista e di tutela delle vite umane
in altra forma e altrove.
Il
partito della premier si è invece affrettato a comporre un manifesto
con l’immagine di Carola Rackete
per polemizzare sul contenuto della sentenza: di linciaggi non sono
mai sazi.
Bologna, 20 febbraio 2026
Avv.
Alessandro Gamberini